L'ascesa di Gamal Abdel Nasser in Egitto e la crisi di Suez del 1956 rappresentano momenti chiave nella storia del Medio Oriente. La nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser e la successiva crisi internazionale hanno segnato l'inizio di una nuova era di tensioni regionali. La nascita di Israele e i conflitti che ne seguirono, come la guerra dei Sei Giorni e la guerra del Kippur, hanno ulteriormente complicato la geopolitica della regione, dando vita a movimenti di radicalismo islamico e cambiando le dinamiche del potere globale.
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L'ascesa di Nasser e la crisi di Suez
La rivoluzione egiziana del 1952 segna l'inizio dell'era di Gamal Abdel Nasser, che diventa Presidente dell'Egitto nel 1956. Nasser si propone di modernizzare l'Egitto e di promuovere il panarabismo, con l'obiettivo di unire il mondo arabo contro il colonialismo e l'influenza occidentale. La sua politica di non allineamento e il rifiuto di aderire ai patti di difesa sponsorizzati dall'Occidente lo portano a cercare sostegno dall'Unione Sovietica. Il culmine della tensione tra Egitto e potenze occidentali si verifica con la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser nel 1956, che scatena la crisi di Suez. L'intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele viene fermato dalla pressione internazionale, in particolare di Stati Uniti e Unione Sovietica, che costringe le forze invasori a ritirarsi, consolidando la figura di Nasser come leader carismatico del mondo arabo.
La nascita di Israele e le tensioni nel Medio Oriente
La proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 è seguita da un conflitto armato con i paesi arabi circostanti, che rifiutano di riconoscere la legittimità della nuova nazione. La situazione nel Medio Oriente si complica ulteriormente a causa della questione dei rifugiati palestinesi, che lasciano o sono espulsi dai loro territori a seguito della guerra. Le incursioni transfrontaliere dei fedayn, guerriglieri palestinesi, e la risposta militare israeliana aumentano l'instabilità nella regione. Nel 1964, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) viene fondata con l'obiettivo di creare uno Stato palestinese, e al-Fatah, guidato da Yasser Arafat, emerge come il gruppo più influente all'interno dell'Olp, promuovendo la lotta armata contro Israele.
La guerra dei Sei Giorni e le sue conseguenze
L'escalation di tensioni tra Israele e i suoi vicini arabi culmina nella guerra dei Sei Giorni del 1967. Israele, anticipando un attacco arabo, sferra colpi preventivi contro Egitto, Giordania e Siria, ottenendo una rapida e decisiva vittoria militare. Come risultato, Israele occupa il Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan. Questi territori occupati diventano fonte di ulteriori tensioni, poiché Israele si trova a governare una popolazione palestinese numerosa e resistente all'occupazione. Le richieste internazionali, incluse le risoluzioni delle Nazioni Unite, affinché Israele si ritiri dai territori occupati, non vengono accolte, portando a un impasse che persiste per decenni.
La guerra del Kippur e il risveglio del radicalismo islamico
La scomparsa di Nasser nel 1970 e l'ascesa al potere di Anwar Sadat non attenuano le tensioni nella regione. La guerra del Kippur, iniziata con un attacco a sorpresa da parte di Egitto e Siria nel 1973, si conclude con un successo difensivo israeliano. Il conflitto porta alla firma degli accordi di Camp David, che prevedono il ritiro israeliano dal Sinai. Questa guerra segna anche l'ascesa del radicalismo islamico, con figure come Sayyid Qutb che influenzano il pensiero islamista contro l'Occidente e i regimi arabi secolarizzati. L'uso del petrolio come arma economica da parte dell'OPEC durante la guerra del Kippur provoca lo Shock petrolifero del 1973, con gravi ripercussioni sull'economia globale e sulle politiche energetiche internazionali.
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